Portobuffolè, il borgo di Gaia

Lo stampato che il Comune di Portobuffolè distribuisce ai visitatori invita a raggiungere il borgo per ascoltare il silenzio. Finalmente una parola sincera! Perché è proprio così, a Portobuffolè, se non sei tu a fare un po’ di comarume, il silenzio aleggia tra le case e sembra scorrere lungo le vie, placido e solenne come le acque del vicino Livenza. L’abbiamo conosciuto anche noi, nella nostra breve visita, quel silenzio, e ci ha sorpreso. L’abbiamo poi rispettato, camminando con leggerezza sul selciato di ciottoli puliti e lambendo i muri come fossimo farfalle. Abbiamo cercato indicazioni e le abbiamo lette come in un sussurro. Silenzio, dolcezza, quasi il torpore di una sera che stava per imbrunire le cose sotto un cielo tiepolesco, che macchiava l’azzurro con nuvole candide e scintillanti.

Se questo è stato il bello – e va detto – non possiamo tacere le pur gravi mancanze, sentite tali da un visitatore: tutto è chiuso e se non lo è, lo sta per essere, come il Museo – casa di Gaia, che ci lascia appena il tempo d’una mezz’ora per visitare i famosi affreschi, da poco restaurati insieme all’edificio, di cui poco riusciamo a sapere e nulla si trova sugli stampati del luogo. Ma sono bellissimi, databili tra la fine del Trecento e la metà del Quattrocento, nelle figurazioni di cavalieri in armi, sul lato sinistro del vano che contiene una scala, al primo piano, e di grandi educatori sull’altro, cui un giovane di bella eleganza s’accosta fuggendo, quasi, dal richiamo della campagna affaticata. E poi giovani in colloquio o altra attività cortese, al secondo piano, che danno le spalle a panorami interessantissimi su città turrite. Le stanze, invece, sono spoglie, ma offrono, nelle loro ridotte dimensioni e per i loro medioevali camini, un senso di eleganza contenuta e schietta. C’è il sentore d’una casa vissuta con garbo e cortesia, insieme a vivacità culturale. 

Ma non ci sono questi affreschi nel misterioso programma della nostra visita, non comprendiamo il perché. Noi però li abbiamo visti e questo ci soddisfa.

Siamo arrivati in 19. Puntuale come un orologio svizzero, alle 20,30 l’organizzazione Amici di Astarte, che ci ha rivolto l’invito, ci raccoglie di fronte a Porta Friuli. Al benvenuto fa seguito una prima presentazione del borgo, dall’antichità ad oggi, dalla sua toponomastica alla funzione geografica ed economica (il che fa spesso rima con il significato politico e storico, anche nel caso di Portobuffolè), dalla configurazione architettonica ai fatti e agli abitanti, al rapporto con la campagna, con il fiume Livenza (o Liquentia) e le altre acque, di cui il territorio è ricco, alle attività, in primis lo storico e prolungato commercio del sale dalle saline della laguna all’entroterra friulano. Ad aprirci gli occhi su questa particolare, piccola e grande realtà, è la nostra brava e frizzante guida Cristina, che alterna la sua presentazione con gli interventi leggeri e simpaticamente invitanti di una borghesina in costume medioevale, Marzia, che – veniamo a sapere – fa l’attrice di professione. Se Cristina ci parla di piazze, di strade, palazzi, di torri e di mura, Marzia dipinge volti e animi ed è così, per l’apporto ben calibrato di entrambe, che Portobuffolè si popola di commercianti veneziani, di popolo, di prestatori ebrei e di gendarmi napoleonici. Entrano in campo anche i magistrati veneti e perfino il temuto Consiglio dei Dieci, chiamato a giudicare tre uomini della comunità ebraica accusati di  aver rapito e sacrificato un povero bambino scomparso da giorni (un episodio che si connette a quelli quasi contemporanei – anni Ottanta del Quattrocento – di Bernardino da Marostica e del Simonino da Trento). Troviamo però anche i Caminesi, sia quelli di sopra, nel cui scudo l’argento sta in alto, di contro a quelli di sotto, che invece lo portano in basso. Ed è proprio dall’uno e dall’altro dei due rami che ci arrivano i nomi del buon Gherardo, podestà di Treviso, e di Guecellone, che tenne il feudo meridionale con Portobuffolè, insieme a quelli dei nostri due personaggi, Tolberto e Gaia, soprattutto quest’ultima, figlia di Gherardo, donna nobile per stirpe, cultura e avvenenza. La si presenta come poetessa della tradizione cortese, che in Treviso e nella Marca Trevigiana ha preso le mosse addirittura all’epoca degli Ezzelini. Dante l’avrà mai conosciuta? Gli sposi sembra che avessero residenza nel castello di Portobuffolè all’epoca del suo primo esilio in terra veneta, quando fu ospite pure del buon Gherardo. Lui la cita nel canto XVI del Purgatorio.

Troviamo pure particolari segni del dominio veneziano sul borgo e sul territorio, come torri, emblemi, insegne; come lo strano Leone di piazza, appena sotto il palazzo del Fontico, ora del Municipio, o il Leone in moeca, che segna lo storico edificio del cristiano Monte di Pietà, un tempo ebraico Banco dei pegni; infine la straordinaria scritta che riporta il libro aperto del Leone marciano di Porta Friuli, cui si deve forse l’evitata martellatura delle epigrafi, come avvenne invece a Feltre.

Ecco, questo ci portiamo da Portobuffolè, un bellissimo borgo della campagna trevigiana, solcata da tante provvidenziali e benefiche acque, tra cui il Livenza, che talora diventano pure pericolose, come nel 1966, quando il livello dell’inondazione arrivò a toccare la volta di Porta Friuli.

La nostra escursione ha comportato una spesa. Il resoconto economico sarà portato a conoscenza di tutti non appena chiuse tutte le operazioni di pagamento. Per ora di certo e definitivo c’è soltanto il contributo dei soci partecipanti, che assomma ad € 550.

Romano, 18 giugno 2021

Giovanni Marcadella

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