Villa Contarini a Piazzola sul Brenta

La magnificenza di questa villa ti appare a distanza perché essa riempie tutto lo spazio che hai di fronte e pure l’arco degli occhi, come la scena di un teatro, da un lato all’altro. Nulla rimane escluso, nessun vuoto. E poi t’avvicini e trovi che la scena si espande ancora e ti abbraccia, arriverebbe quasi a soffocarti in una stretta di ciclopiche colonne, se non fosse che non risulta finita. Le manca il braccio destro e questa deficienza quasi ti appaga e ti consola. Non riuscirà il poderoso colonnato a rinserrarti completamente nelle sue spire; a destra, una cornice di fronde verdi, ti lascia ancora respirare e vivere.

Eppure c’è dell’altro per alleggerire la sensazione, c’è l’acqua, uno specchio d’acqua che lambisce il giardino da parte a parte; e quest’ultimo, se fosse luminosamente verdeggiante come appare in alcune foto di copertina, risulterebbe appagante per gli occhi, così come gli zampilli di una fontana, che invece non zampilla affatto e non si capisce il perché. Tutto avrebbe l’effetto di una incontenibile e armonica bellezza, pur nell’evidente ridondanza barocca. Invece, a prendere il sopravvento su tutto è l’idea della magnificenza, ossia della grandiosità perfino traboccante, che toglie spazio all’eleganza. Statue su statue, che si perdono sopra balaustre interminabili rappresentano miti, personaggi storici che recitano ognuno una sua parte in quel contesto, che ha un unico scopo, quello di suscitare stupore, meraviglia, ammirazione. E poi stucchi, decorazioni, cornici.

Ne avevano proprio bisogno quei Contarini d’antico ed elevato patriziato, che han dato alla Repubblica Serenissima fior di magistrati, di uomini d’arme, di ecclesiastici e governatori e ben otto dogi? Stupire, impressionare… anche dentro quelle mura inghirlandate. Lì non ci si poteva accontentare di un salone nobile alla maniera signorile diffusa nelle ville di campagna, magari aprendolo agli spazi esterni con serliane, come aveva dimostrato a Vicentini e Veneti il Palladio, od espandendone la misura con vedute a fresco? No, si pretese di più, si volle coniugare l’ambiente alla musica, facendola addirittura piovere dall’alto, nota su nota, come s’usava alla Pietà, in Venezia, ove il grande Vivaldi incantava con le sue putte la nobiltà veneta. Quante volte l’avranno ascoltate in quella chiesa anche i Contarini, le ragazze di sopra, negli spazi riservati dei cori, Venezia di sotto, investita dai gorgheggi e dalla cascata di note che uscivan dai loro strumenti. Era un effetto speciale, perché la musica ti cadeva addosso e ti sommergeva, penetrando perfino nei pori della pelle. Che bellezza, che stupore per coloro che non ne conoscevano l’effetto, anche a Piazzola, soprattutto per gli ospiti stranieri in visita d’affari o di piacere. Ad essi si prometteva ogni più esaltante svago in un ambiente da sogno, finte battaglie navali sull’acqua delle peschiere, giochi e recitazioni nel magnifico parco, danze, musica, tanta musica e svago, esibizione di sé, conversazione, adulazione lungo i vialetti e all’ombra di teneri boschetti.

Si dice – e qualche nota documentale sembra confermarlo – che l’idea sia venuta ad Andrea Palladio, ma anche se non fosse, resta il fatto che la costruzione è l’esempio in cui si concentra il significato della villa veneta sul territorio: palazzo di rappresentanza, luogo di piacere e di cultura, avamposto territoriale di controllo politico ed economico, impresa di gestione agricola e industriale.

A volerla in quel sito furono Paolo e, successivamente, Francesco Contarini, a partire dal 1546. Forse quel Paolo che fu bailo a Costantinopoli e che Veronese dipinse con la borsa dei soldi in mano? E Francesco, il riformatore dello studio di Padova e doge serenissimo? Non lo so, in verità. E’ difficile muoversi tra la congerie di Contarini, spesso con lo stesso nome, che affollano la storia del patriziato veneziano. Ad essi, comunque, prima a Paolo, poi a Francesco si deve il corpo centrale, costruito sul tipo dei palazzi del Canal Grande sopra i resti di un antichissimo castello, che la famiglia ebbe in eredità dai Carraresi.

Fu però il grande Marco Contarini, procuratore di San Marco, ad ampliare e nobilitare l’edificio intorno alla metà del ‘600, perché, allora, esso doveva apparirgli soprattutto una dimora rurale. Marco lo completò con le ali laterali, lo rese simile ad una reggia in buon stile barocco, ne fece un “luogo teatrale” straordinario. Chiamò ad affrescarne le sale artisti di prestigio, come il Primon, e la villa assunse il tono della grandiosa sede di rappresentanza, un luogo decorato per celebrare i fasti della Repubblica ed anche le feste ed i convitti intellettuali privati, pur senza trascurare quel suo più antico carattere di governo e di amministrazione agricola e imprenditoriale.

Poi ci fu un prolungato abbandono o, per lo meno, una perdita di funzione, finché il complesso non approdò, a metà Ottocento, nelle mani dei Camerini, una ricca famiglia originaria del Bolognese. Al padovano Paolo Camerini, che fu anche politico, oltre che imprenditore e studioso, si deve l’avvio di una grande impresa a Piazzola, dedita al rinnovamento delle tecniche agricole, alla produzione di concimi, alla lavorazione della iuta. Il volto del paese e della campagna cambiò, insieme a quello della villa, che venne completamente restaurata e abbellita nelle sue sale sul gusto dell’eclettismo ottocentesco.

Finita l’epoca dei Camerini, anche in conseguenza dei disastri delle guerre, la villa registra un nuovo abbandono. Nel 1969 viene acquisita dal prof. G.E. Ghirardi, che ne avvia un generale, ulteriore restauro ed, insieme, anche il riordino del disastrato parco. Diventa sede di convegni, spettacoli, mostre e viene ceduta alla Fondazione Ghirardi che ne garantisce la gestione. Entra quindi nell’ambito degli interessi dell’Ente Ville Venete e, dal 2005, è proprietà della Regione Veneto.

M’accorgo ora che sto proponendo due note di storia della villa tanto povere, che di più non si può. Neppure la peggior guida turistica potrebbe fare altrettanto. Ma il mio scopo non sta nel tracciare profili storici, bensì di rivelare un’impressione per meglio ricordare l’evento, aspettando pur sempre che anche qualche socio ci provi.

La mia? L’ho detto, ogni qualvolta mi trovo davanti a questa villa mi colpisce la sua magnificenza. Non so trovare una parola più adatta per definire l’impressione che provo. E non l’hanno di certo smentita, in questa visita, l’infilata delle porte aperte sulle molteplici sale, tanto a destra che a sinistra, come un corridoio senza fine, lungo quanto la portata di un cannocchiale; e nemmeno la fantasiosa sala delle conchiglie o la splendida biblioteca allestita dal Camerini. Aggiungo: neppure quelle sale affrescate con miti, riverenze, celebrazioni, che pur ti catturano per pienezza e dovizia di stimolazioni, spesso riportate da un olimpico cielo fino a terra, fino alla campagna, alla pratica contadina, come ben s’addiceva a quell’ambiente, nonostante i Contarini.

Eppure qualcosa che mi rimane dentro la testa c’è, che continua ad emergere dalla congerie di stravaganze, di ridondanze e finezze, di citazioni e riferimenti, che tengo ancora impressi negli occhi. C’è un pavone, ad esempio, che si pavoneggia in un cielo che solo questa pianura sa proporre in certe mattinate di sereno infinito e che Giambattista Tiepolo non ha mai smesso di accarezzare con i suoi colori; e c’è pure una adorabile ragazza, che si dondola sopra un’altalena che discende da un altro mondo, una ragazza che spande gioia infinita, ingenuo piacere, trasporto e libertà. Continuo a chiedermi perché, quando oggi penso alla villa di Piazzola non ho più in mente la sua magnificenza, non i suoi poderosi telamoni, e gli stucchi quasi impertinenti, e le conchiglie, ma la leggerezza gioiosa di una ragazza che si dondola nel cielo di una stanza.

Ed ora le cose concrete. Siamo stati in 27 in visita alla villa Contarini di Piazzola sul Brenta sabato 3 luglio, nella mattinata: 21 in bus, 6 con mezzo proprio. Abbiamo visitato il complesso architettonico in due gruppi, a causa delle limitazioni sanitarie imposte, forse in maniera alquanto affrettata per consentire l’organizzazione di un altro evento. La calda temperatura della giornata ci ha fatto rinunciare alla pur programmata passeggiata nel parco. Ci siamo perciò rifugiati all’Osteria al Majo per un aperitivo in amicizia, con qualche bocconcino di accompagnamento, ed è stata una scelta che ha convinto più di qualcuno, soprattutto pensando alla bontà del crostino al baccalà.

Il contributo economico dei soci partecipanti è stato di € 605,00. Riguardo alla spesa, invece, relazionerò non appena avrò completato i pagamenti e lo farò prendendo in considerazione tutti e quattro gli appuntamenti di giugno e luglio.

Giovanni Marcadella

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