Relazione sulla visita alla mostra “Palladio, Bassano e il Ponte”, 10 luglio 2021
e resoconto economico delle uscite di giugno e luglio
El ponte de Bassan: a me piace chiamarlo così, forse anche a voi. La mia ricerca archivistica, della quale ho cercato di riferire nel saggio su “Il ponte in archivio” che è riportato nel volume “Palladio, Bassano e il Ponte – invenzione, storia, mito”, mette in evidenza che i Bassanesi hanno sempre ritenuto proprio questo ponte, elemento importante e irrinunciabile della città, quasi essere vivente con una personalità propria, un suo diritto, quello di essere sempre così, di legno, e in quel posto, a sfidare la furia di un fiume dalle acque veloci e potenti; insieme anche dei doveri e dei servizi importanti e necessari da rendere alla città.
Le carte, cioè le pratiche amministrative, lo identificano spesso come Il ponte sul Brenta, ma tale condizione non è importante ai fini della sua identità. Esso sta lì sul Brenta, e questo è vero, dove altro potrebbe stare? Non c’è o non c’era, in un passato non molto recente, un altro ponte fino a Fontaniva.
Sono arrivati sul fiume gli alpini, nel dopoguerra, e l’hanno sentito loro, questo ponte, perché su di esso s’è concentrata la loro anima di guerrieri difensori delle Alpi e della Patria, ed anche di uomini presi dai sentimenti. Hanno raccattato una canzone della tradizione popolare, le hanno cambiato alquanto i versi poetici e ne hanno fatto un inno alla dedizione, al sacrificio di sé, ma anche all’amore. L’hanno voluto nuovo o, meglio, risanato dai danni della furia bellica e l’hanno fatto con le loro mani, come sempre, ma l’hanno anche ribattezzato Ponte degli alpini. Un furto perpetrato ai Bassanesi, anche se piccolo piccolo, solo un appellativo, in compenso di tanto amore profuso verso la città da tutte le Penne Nere; e chi non ricorda con nostalgica commozione la grande Adunata Nazionale del 2018 e la lunga processione di cappelli d’alpino sopra e sotto il ponte, su una passerella che ancor oggi rimpiangiamo per il modo in cui ci rendeva familiare e bella questa struttura.
E così fanno tre, gli appellativi. Ci si son messi anche gli storici dell’arte e tutti gli uomini e le donne di cultura, e l’hanno chiamato il Ponte Palladiano, poiché il grande Palladio, che già s’era cimentato, ma poco poco, con i ponti di legno, quando si decise a corrispondere alla commessa di Giacomo Angaran per facilitare l’accesso ad alcuni suoi poderi in vallata del Brenta, progettando un ponte sopra il fiume Cismon gli impresse la sua firma. Ormai è chiaro – così s’afferma nel mondo colto – che Palladio ci mise la sua mano rinunciando all’idea di un più stabile ponte in muratura, prospettiva verso cui senza dubbio era già propenso, perché più affine alla sua arte e a lui più nota. Eppure aveva ben studiato i ponti della campagna di Cesare in Gallia e non poteva mancargli qualche conoscenza di ponti lignei nell’arco delle Alpi. Cismon… docet. E poi, che dire e che fare contro la volontà dei Bassanesi? Loro volevano un ponte di legno, come da tradizione, non in muratura.
E quattro, ma non è finita. Ai primi del Novecento, quando s’iniziò a parlare (e poi si costruì, dal 1915 al 1917) un ponte nuovo sul Brenta in località del Palazzo Rosso, quello palladiano divenne il Ponte Vecchio, un nome che il manufatto non perse mai, anche se il pericolo di far confusione tra il Ponte di Bassano e il Ponte Vecchio fiorentino indusse i Bassanesi a non dare troppa enfasi a questa denominazione. Chissà mai… qualche turista tedesco, francese o inglese non ben informato, venendo in Italia per vedere il Ponte Vecchio, avrebbe corso il rischio di finire a Firenze anziché approdare a Bassano.
Mah! Una girandola di nomi e di persone attorno a questo nostro ponte, di sentimenti, di fatti d’arme e d’eroismo, di gesti amorosi, di canzoni, di pedaggi e di servizi, di chiacchiere e pareri, di critiche e approvazioni, ma ci stupiamo? Non sarebbe così se non fosse il nostro ponte, el Ponte de Bassan. Fondamentalmente questo ha voluto dire la mostra “Palladio, Bassano e il Ponte”, che è stata allestita in Museo Civico di Bassano e che abbiamo visitato il 10 luglio scorso. Con le sue testimonianze, con i documenti, i meravigliosi plastici del ponte stesso e di altri manufatti chiamati a testimonio e confronto, con le sensazioni che ci ha voluto far provare, questo ci ha proposto e ancor ci suggerisce. E che abbia conseguito l’effetto è cosa provata, poiché i Bassanesi, da più parti e con più voci, hanno detto e vanno dicendo che il messaggio della mostra è verità. Perché stupirsi, perciò, se si son fatte tante chiacchiere sui lavori di restauro, sull’aspetto, sulla sicurezza, sulla tecnica e su chissà cos’altro? Non si parla in casa degli affari di famiglia? E il Ponte de Bassan è affare di famiglia.
Complimenti, perciò – almeno i miei – a chi l’ha voluta e a chi l’ha ideata, questa mostra, che ci terremo fino al 10 di ottobre. Complimenti anche a noi, che l’abbiamo visitata con la preziosa guida della dottoressa Barbara Guidi, direttrice del museo, per il primo gruppo, e con la non meno accattivante guida della dottoressa Cristina Mondin, per il secondo. Agli altri soci, che non hanno ritenuto o non hanno avuto la possibilità di approfittare dell’occasione, rivolgiamo l’invito di non attendere, ma di visitare ben presto la mostra con curiosità e animo aperto. Vediamo un po’ se la penseranno allo stesso modo.
Hanno partecipato alla visita museale 22 soci. La direttrice, con grande cortesia, ha proposto l’entrata gratuita.
A fine visita ci siamo ritrovati tutti al Caffè Danieli per un aperitivo in amicizia prima delle vacanze.
E’ stato raccolto e riportato nelle note di cassa un contributo dei soci participi di € 90,00.
Giovanni Marcadella







