Visita alla villa e cena di erbe e fiori al Mulin Vecio. Relazione e resoconto economico

Cari amici, alcune parole le vorrei dedicare anche alla nostra breve gita a Caldogno. Breve, ma intensa anch’essa, come tante altre, dapprima a stupirci della bellezza dei colori e della freschezza espressiva degli affreschi della villa, poi, con altrettanto stupore, alla scoperta di un sito affascinante e di un menù veramente particolare. Una pagina soltanto o poco più, anche per accompagnare quelle poche foto che mi sono ricordato di fare con il mio cellulare, tutte in villa o quasi; nessuna dentro la sala del Mulin Vecio ed alle nostre tavolate, e mi dispiace per questo, poiché le meritavano i colori e gli odori dei piatti serviti ed anche la vostra cera, curiosa negli occhi e soddisfatta nella bocca.

In quanti eravamo? Trentasei. E’ vero purtroppo che qualcuno ha avuto paura del tempo; qualche altro d’un sabato sera portato via alla famiglia o agli amici. Mi dispiace per questo, per loro in particolare, che vi hanno rinunciato, perché quel tardo pomeriggio e la serata sono stati per davvero piacevoli, divertenti, non esclusa nemmeno la lezione che il prof. Adriano Palentini ci ha fatto sulla stirpe dei Caldogno e sulla storia della villa. Forse – no, sicuramente – un po’ lunga, ma ricca di informazioni che ci hanno aperto gli occhi su di un casato che è stato molto vicino, per i servizi resi e nella condivisione del disegno politico, alla Repubblica Serenissima.

Ricordiamo ancora una volta l’antica nobiltà dei Caldogno, conferita loro dall’antico imperatore svevo Federico I°, il Barbarossa, nel 1134. Era l’epoca delle prime rivendicazioni territoriali verso la centralità del potere imperiale, delle autonomie comunali in lotta per un proprio statuto, un proprio stendardo, un sigillo (le 3 esse). Evidentemente la casa Caldogno non girò le spalle all’imperatore e ne ebbe la riconoscenza.

Facciamo però un salto in avanti, per andare alle radici della villa, non della famiglia. Parliamo di Losco Caldogno, l’aristocratico vicentino, buon commerciante di seta, che aveva ricevuto in eredità una corte agricola con numerosi campi di terra buona nel 1541, a Caldogno, ove prosperava il gelso ed anche la coltivazione del baco da seta. La lavorazione, però, la si faceva in città, non in quella campagna, nonostante la sua ricchezza d’acque da risorgiva. Losco Caldogno era legato da vincoli di parentela con i Muzani ed i Godi, altri casati vicentini dediti al commercio, a quello della seta in particolare, in quel secolo fortunato che fu, anche per Vicenza, il Cinquecento. Per mezzo di queste parentele arrivò pure lui alla bottega dell’architetto più famoso del tempo, che operava proprio lì, a Vicenza, in contrà di Pedemuro, due passi dalla chiesa di San Biagio e dall’ansa del Bacchiglione. La nobiltà commerciale vicentina, per mezzo del suo genio, stava cambiando il volto della città, ne faceva un palcoscenico rinascimentale, degno d’una capitale del commercio, una capitale di Terraferma. Ci provò anche lui, Losco dei Caldogno, ed ottenne da Palladio un progetto (secondo Renato Cevese, che amò questa villa più di chiunque altro, anche se il suo disegno non figura nei Quattro Libri di Architettura) per la ristrutturazione di quella che figurava ancora come una corte agricola. Fu veramente Palladio l’autore del progetto? Anche noi lo pensiamo, tanto rimanda, quest’edificio, ad altre ville di sicura mano palladiana, che abbiamo pure visitato, come villa Saraceno di Finale d’Agugliaro, villa Pisani di Bagnolo, anch’esse degli anni Quaranta.

La casa divenne abitabile un quarto di secolo più tardi. Era ancora in vita Losco? Sinceramente non lo so. Sulla facciata figura la data del 1570 ed a guidare la famiglia in quel tempo era Angelo. Fu lui che completò l’edificio con una spaziosa terrazza per nobilitare il retro della villa e con le torrette angolari per darle un’idea di potenza, come se fosse un castello nella campagna, il tutto a firma di Antonio Pizzocaro. Ma la struttura continuava ad essere un villino per la villeggiatura della famiglia un villino di campagna – poche illusioni! – non un centro d’amministrazione agraria, come la rivoluzione  delle colture e dei mezzi agresti andava ormai e sempre più esigendo. Si realizzarono allora le barchesse ed anche una colombara per il piacere dello spiedo, ma distaccate dalla villa.

E non bastò, perché ciò che rese ancor più notevole e preziosa la villa fu la commissione che Angelo fece a due pittori frescanti veronesi, che avevano nelle mani e nel gusto l’arte del divino Paolo Caliari. Giovanni Antonio Fasolo e Giovanni Battista Zelotti decorarono il salone nobile e le due stanze grandi di sinistra, cui s’aggiunse qualche tempo dopo, in pieno Seicento, Giulio Carpioni nella stanzetta intermedia, detta per questo “lo stanzino del Carpioni. Molto coinvolgenti sono le scene che Fasolo ha dipinto nel salone, entro nicchie d’una illusoria architettura, che presenta giganteschi telamoni che sorreggono senza fatica alcuna, quasi per divertimento, un cornicione che porta un artefatto soffitto, mentre tra l’uno e l’altro di questi giganti s’aprono aperture a volta che guardano la campagna e sotto un così nobile e classico porticato, sebbene fasullo perché solo dipinto, i membri della famiglia trascorrono i momenti più divertenti, perfino ammiccanti della vita in villa. La loro raffigurazione diverte perfino noi, che li contempliamo a distanza di secoli, sorridendo a queste scene così ingenue e familiari; e ne comprendiamo la freschezza, l’ingenuità, l’intimità, in una giornata d’autentico relax, quando si poteva giocare a carte, si poteva danzare al ritmo di un salterello, si poteva perfino ammiccare di nascosto o far colazione con i dolci più tipici della campagna, che la tradizione ancor oggi ci offre in forma  e gusto di “bussolà”

Non vorrei propormi con parole vane sull’immagine del Mulin Vecio. Mi sarebbe piaciuto far parlare le foto e basta, ma non ho avuto l’accortezza dei farle. D’altra parte – e questo vale come scusa – anche il brutto tempo incombente non incoraggiava. Non è sfuggita a nessuno, però, la bellezza del postoe, con essa, l’autenticità dell’edificio, lo splendore d’una natura floridissima che l’ornava, ben nutrita e decorata anch’essa, del resto, dalla ricchezza d’acque limpide che sgorgavano da polle generose, e muovevano, convogliate, la ruota del mulino e sembravano quasi cantare con essa. Non c’è stato il tempo per un’immersione nella floridezza dell’orto botanico e nemmeno per un aperitivo  – pur promesso – a bordo della pozza d’acqua sorgiva, ove fiorivano calle e giaggioli. La pioggia non l’ha consentito, ma la festa delle erbe e dei fiori, per noi, c’è stata comunque, gustosa, sorprendente, un piacere per gli occhi e per il palato.

Giovanni

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