La prima osservazione sta nella mia sorpresa: pensavo che una gita a Cremona potesse essere un’occasione un po’ fuori dal comune, ma non che interessasse l’associazione al punto da faticare per contenere le prenotazioni entro un limite gestibile. Mi son fermato alfine a 49. La seconda fa riferimento ad una legenda, che s’è costruita su una realtà storica ed ha a che fare con Cremona e con noi, postumissimi discendenti del feroce Ezzelino da Romano. Si tratta della storia del drago Tarantasio, che per anni ha popolato l’estesa palude dello storico lago Gerundo. Chissà mai se la conoscete, in ogni caso non ve la racconto per intero con questo scritto, ci sarà un’occasione diversa, se me lo chiederete. Reincarnazione del signore della Marca, il drago s’involò dalle prigioni di Soncino e trovò dimora proprio in quel mare stagnante e paludoso, ove nessuno osava avventurarsi, in perfetta e totale solitudine, ripensando un’idea politica grande, immensa come l’estensione di quel lago, ma ormai morta come le sue acque. Cremona è sempre stata lì, ai bordi di quel mare, che la bonifica ha poi trasformato in campagna fertile e ubertosa.
Due giorni in una città che fu profondamente ghibellina nella storia, capace d’essere la seconda del ducato visconteo per laboriosità e industria, per ricchezza e benessere, per importanza, tanto da essere prescelta da Francesco Maria Sforza e Bianca Maria Visconti per le feste del loro matrimonio; due giorni – mi ripeto – sembravano addirittura troppi per una nostra escursione. Invece no, li abbiamo riempiti di curiosità e di interesse, alla scoperta, momento dopo momento, dei segni importanti ed originali che hanno fatto e, in certa misura, fanno ancora di questa città un esempio. E’ in un passato di floridezza agricola che trova motivazione la costruzione di un Duomo, che è capolavoro d’arte in ogni senso, di palazzi di rango elevatissimo, primo fra tutti quello del Comune, di tradizioni e cultura, che si esprimono ancor oggi, a distanza di secoli, in opere d’ingegno.
Ed eccoci dunque a Cremona, nel cuore della regione Padana, al limite dell’impresa ezzeliniana d’altri tempi. Sono le 10 in punto, come da programma. Il pullman ferma in piazza della Libertà, qui ci attende la guida. Percorriamo insieme il lungo corso Matteotti, che porta verso il centro della città. A dire il vero, tanto lungo non sembra, abbiamo nelle gambe la voglia di camminare, dopo tre ore di pullman. Ci sono palazzi da ammirare, particolarità architettoniche nei loro prospetti affacciati sulla strada, portoni e cancellate che celano spazi interni che incuriosiscono, atrii da sbirciare: Palazzo Cavalcabò (ci ricorda l’antico dominio familiare su Cremona) con la facciata che echeggia impostazioni settecentesche, Palazzo Fodri, rinascimentale, forse una delle più belle costruzioni della città, con doppio ordine di fregi in cotto che ne adornano il volto, Palazzo Zaccaria Pallavicino, anch’esso d’antica memoria signorile, ma di struttura settecentesca rivestita d’appariscente bugnatura alla fascia bassa e semplice intonaco al piano nobile; mette in vista un magnifico cortile porticato attraverso l’atrio che s’apre sulla via. Siamo sorpresi da tanta magnificenza, senza scordare – osserva la nostra giovane guida – che le vie d’intorno, che danno accesso alla piazza principale, come la nostra strada, sono altrettanto ricche di palazzi storici (Palazzo Stanga, Palazzo Trecchi, Palazzo Silva Persichelli, Palazzo Cattaneo) e di chiese, come San Michele Vetere, Santi Clemente e Imerio, Sant’Imerio, San Luca ed altre, senza andare a citare la Cattedrale di Santa Maria Assunta o San Sigismondo, che sono nel nostro programma di viaggio. Da corso Matteotti giriamo su corso Mazzini, nel punto in cui s’affaccia la bella architettura di Palazzo Fodri. Ancora un buon tratto tra botteghe prive di originalità. C’è qualcosa nell’aria, qualcosa che s’annuncia ed arriva fino al nostro naso. Ce l’avevano annunciata, è una manifestazione sovracittadina a carattere nazionale, perfino europeo – si dice – una rassegna del commercio, che ha a che fare con i prodotti tipici dei territori. Avrei preferito trovare il solito mercato contadino del sabato, con casse di salami cremonesi e cremaschi, di salsicciotti e luganeghe, di prosciutti, provoloni e forme di grana padano, e poi casse di Gutturnio e di Lambrusco. In piazza Roma, laddove cominciano i giardini pubblici intitolati a Papa Giovanni Paolo II°, ci stanno stand gastronomici d’ogni regione d’Italia – ce ne sta perfino uno cremonese – e tutti sfornano pollo allo spiedo, salsicce e carni arrostite da accompagnare con birra germanica o belga, mentre le graticole empiono l’aria di fumi ed odori. Di sicuro, forse, un po’ di tipicità si potrà anche trovare.
Cerco la pietra tombale di Antonio Stradivari, dovrebbe stare al limite della piazza, all’ombra di una grande pianta. C’è, trovata, ma è sepolta sotto cassette di stoviglie in plastica dello stand sardo. Non ci dirigiamo sulla cattedrale, che pur non è lontana, poiché riusciamo a vederne l’alta torre, ma su corso Campi. Siamo diretti a Palazzo Calciati Crotti, che avremmo in programma per domani, domenica, ma ragioni organizzative ce ne fanno anticipare la visita. Interessante, ma non tale da strappare un’espressione di meraviglia, una dimora storica di metà Settecento o poco dopo, che ha conservato le sue decorazioni, gli arredi, la quadreria ed anche le suppellettili. Non è cosa comune, ai giorni nostri e, per questo, merita la visita; ha forte il sapore della casa ancora vissuta, anche se di fatto non lo è più, al punto da incontrare nei suoi ambienti una delle due contesse proprietarie: sarà la signora Anna? oppure Giuseppina?
Ancora corso Campi e poi via Solferino. Questa volta ci siamo, piazza del Duomo è vicina, se ne sente quasi l’odore e… non sa di graticola. C’è la vetrina storica della Sperlari, è proprio la strada giusta. L’affaccio alla piazza è emozionante. La prendiamo sul fianco destro, non di fronte, ma l’emozione è forte comunque. Cogliamo l’infilata del doppio colonnato della cattedrale, che contorna a destra e sinistra uno snello protiro. Sopra di esso spicca una loggetta a tre arcatelle, che accolgono statue: sant’Imerio – suggerisce la guida – la Vergine Maria e sant’Omobono, l’intera pletora della santa protezione cittadina. Più in alto, un bel rosone, mentre a terra, e l’occhio vi scorre veloce, richiamato ormai dalla vicinanza, due leoni potenti per stazza e presenza, reggono le colonne del protiro. La facciata si completa con un doppio ordine di graziose aperture ben serrate a galleria, a mezza altezza, che sembrano create apposta per darle respiro. E’ armoniosa, gradevole nella sua tenue colorazione, che alterna al bianco marmo di Carrara, il rosa veronese. Di fronte a noi, a chiudere il lato sud della piazza, si leva la mole ottagonale del Battistero, romanico anch’esso, coronato da una galleria di aperture strette e serrate, che si rapportano a quelle in faccia alla cattedrale, sormontato da un tetto ad otto spioventi, che racchiudono una cupola ardita. Non ha l’eguale prima di sé – così si dice a Cremona – nemmeno nella cupola del Brunelleschi. Sul lato ovest, in faccia alla cattedrale, il Palazzo Comunale nel suo elegante e nobile apparato, preceduto, ma soltanto di poco, dalla Loggia dei Militi, ossia dei cavalieri, l’edificio di rappresentanza e presenza della nobiltà cittadina.
Siamo venuti da nord, precipitati quasi d’improvviso nell’elegante piazza ed abbiamo fatto girare lo sguardo su tutti i lati, cogliendo profilo e caratteri degli edifici come in un diorama; ma spostandoci a sinistra con naturale gesto per meglio contemplare l’affaccio monumentale della cattedrale, balza all’occhio inevitabilmente l’alta torre campanaria, che i Cremonesi chiamano Torrazzo ed è simbolo impareggiabile cittadino. Le cornici marcapiano che segnano l’alzata della torre diventano per noi chiavi di lettura delle vicende storiche della città: il legame forte di Cremona con l’imperatore Federico II°, il dominio di Oberto Pallavicino e poi di Buoso da Dovara, la signoria dei Cavalcabò, per finire con Galeazzo Visconti. Ognuna di esse segna una fase di crescita della torre. L’apprezzabile sua altezza di quasi 113 metri gareggia nelle proporzioni con l’orologio astronomico cinquecentesco incastonato al quarto piano. Meccanico, da sempre qualcuno sale ogni giorno la scaletta che s’inerpica per 502 gradini nell’intercapedine della doppia canna della torre, fino al quarto piano, per dargli la ricarica.
Entriamo nella cattedrale e subito colpisce la varietà e la ricchezza dell’ornamento a fresco della navata centrale, che troviamo bene illuminata, anche se da luce artificiale. In ombra sono invece le due navatelle laterali. La prospettiva è speciale e l’impressione che se ne ha è di perfetta armonia, ispirata dalla tenue monocromia della volta, che si coniuga alle possenti colonne della fascia di base. Inclusa tra l’una e l’altra, scandita da linee di demarcazione in oro, si stende la fascia delle decorazioni a fresco, che raccontano, contrapposte, storie della Vergine Maria e di Cristo. La nostra guida nomina il Boccaccino, Giovan Francesco Bembo, Altobello Melone, artisti cremonesi d’avvio del Cinquecento, e poi Romanino ed il Pordenone. Non sfugge ai nostri occhi la bellezza dei due pulpiti contrapposti, che, seppur opera recente, espongono formelle stupende in marmo bianco di Carrara d’epoca rinascimentale. Non sfuggono neppure i due possenti organi sospesi dell’abside. Una veloce discesa in cripta, scavata fin dall’antico sotto l’area del presbiterio, ci permette d’ammirare l’Arca dei santi Marcellino e Pietro, del 1506, scolpita dal Briosco e traslata in questo sito in epoca barocca. Ma ritorniamo sui nostri passi ed il momento è veramente particolare, allorché lo sguardo si posa sul grande affresco della controfacciata. La Crocifissione di Bortolo De Sacchis, il Pordenone, ci appare immensa per intensità, drammatica, sospesa tra l’umano ed il divino, tra storia ed evocazione, tra arte e fede.
Nel pomeriggio il programma ci riserva una scaletta appuntamenti. La visita al Museo Diocesano, dapprima, istituzione recente, ricco di opere provenienti dalle chiese di Cremona medesima e della diocesi, bene allestite in ambiente sotterraneo del Palazzo Vescovile, su percorsi tematici. Spiccano in particolare la Tavola di Sant’Agata, dipinta da pittore, o forse miniatore ignoto nel XIII secolo, e la Grande Croce da altare, lavoro quattrocentesco di finissima argenteria, fusioni e cesello, per oltre 1000 pezzi tra decorazioni, busti di santi, statue piccole e grandi, fabbricata, secondo la tradizione, con l’oro che i Cremonesi strapparono agli eterni nemici Milanesi con la vittoria di Castelleone, nel 1213. Ma questa è propaganda politica. L’opera, del resto, è in argento ed ha solo finiture in oro.
Nella grande aula del Battistero la luce filtra da una doppia serie di bifore e da una lucerna posta sulla sommità della cupola. La struttura con pianta ad ottagono ci ricorda che l’ottavo è il giorno della Resurrezione, ossia della rinascita in Cristo attraverso il Battesimo. Al centro domina la grande cisterna battesimale, pur essa ottagonale, un blocco monolitico di marmo rosso della Valpollicella.
Si può salire alla Torre, in molti lo fanno, audaci. Si contano 502 gradini, che formano una scala stretta, a tratti strettissima, racchiusa entro l’intercapedine di due muri contrapposti. Raggiunge diversi piani e qui si sofferma per mostrare, come un museo scandito in altezza, l’opera dell’Orologio astronomico, capolavoro di meccanica realizzato dai fratelli Dizioli a partire dal 1582, l’anno della riforma gregoriana del calendario.
Toccante, significativa per dettaglio ed anche per chiarezza la lezione di Philippe Dévannaux, mastro liutaio francese, che opera, come tanti altri, pur stranieri, nelle botteghe della Cremona odierna. Siamo nella sua piccola Bottega del Violino, a due passi dalla cattedrale, stipati in piccolo spazio, ma attenti e coinvolti dalla sua illustrazione. S’apre così la strada verso la seconda parte della visita a Cremona, quella che si concentra sull’arte della liuteria.
Concludiamo la giornata così intensa e varia con la cena di gruppo. Siamo a Soncino, 30 chilometri da Cremona, castello a noi noto per la notizia storica dell’imprigionamento e della morte nella reclusione della torre, di Ezzelino III°. Soncino scandisce il tempo della fine dell’impresa ezzeliniana ed anche del dominio, non del ricordo e della celebrazione politica del grande ghibellino ad opera di Scaligeri e Visconti, meno che meno del mito. Soncino, per noi, è anche il momento del riposo al BES Hotel Cremona Soncino e di una piacevolissima cena all’Agriturismo Del Cortese.
Domenica 5 maggio. Si lascia l’hotel alle ore 8,30. Ci siamo trovati bene, un buon servizio; anche la colazione, ricca e varia. L’appuntamento è a Cremona, solita piazza della Libertà. La guida ci scorta fino al Museo del Violino. Intitolato a chi? Ad Antonio Stradivari, ovviamente, il genio che ha ripreso e nobilitato un’arte già praticata in diversi luoghi, a Venezia in particolare, cui lui, il maestro, ha dato qualcosa in più, nella tecnica e nella resa sonora, mediante l’uso di legni che cantano. E’ visita guidata, in due gruppi, piacevole e suggestiva, illuminante ed esaustiva dei nostri interrogativi, soprattutto dopo il contatto di ieri con il mastro liutaio. Sorprendente l’allestimento, che strappa ammirazione, perché coinvolge ed affascina. Violini, viole e violoncelli, contrabbassi che si espongono come prime donne in scena, che recitano, seppur silenziosi, parti suggerite dalle loro forme, ancor più che dalle didascalie museali e dalle spiegazioni delle guide; collezioni magnifiche, che sollecitano altri interrogativi e desideri d’ascolto.
Anche la soddisfazione arriva, cade al termine della visita, nella particolare e, pur essa, sorprendente cornice dell’Auditorium Arvedi, ed è trionfo inarrestabile e divino di sonorità, che esaltano la musica per mezzo di un violino come il Vesuvio 1727, stimolato dalla bravura di Aurelia Macoveri.
Nel pomeriggio, dopo la consueta pausa, che lascia tempo ad iniziative individuali, siamo nel Museo Civico Ala Ponzone. Non ci sorprende, ma le collezioni sono ricche, annoverano pure strumenti a corda. Ci accoglie un’elegantisima scala d’onore del Palazzo Faitati. Giuseppe Sigismondo Ala Ponzone, cui le raccolte civiche sono intitolate, fu entomologo e collezionista raffinato, benefattore alfine delle sue collezioni alla città di Cremona. Ci soffermiamo, ed è comprensibile, davanti al San Francesco in meditazione del Caravaggio e all’Ortolano dell’Arcimboldo, ma sono qui esposte opere di autori che abbiamo conosciuto in questi due giorni, da Boccaccio Boccaccino a Bonifacio Bembo, ad Altobello Melone, a Bernardino Gatti e, soprattutto, opere degli artisti della famiglia Campi, Giulio, Antonio, Bernardino e Vincenzo. Carpisce l’attenzione, nella sala detta del Platina, il grande armadio della sacrestia del Duomo, decorato ad intarsi di legni diversi, che ci orientano verso rappresentazioni simboliche, o celebrative, o addirittura figurative di spazi e ambiti cittadini.
E’ l’ora di lasciare Cremona. La visita è stata piena di mete, varia nelle proposte, ma anche impegnativa. C’è ancora una sosta da fare, a non più di tre chilometri dal nostro punto base, in fase d’uscita dalla città. E’ la chiesa di San Sigismondo, il luogo che volle Bianca Maria, unica figlia del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, e ultima erede del Ducato milanese, per il suo matrimonio con Francesco Sforza. La città di Cremona, tanto cara al cuore visconteo, seconda città del Ducato per ricchezza, importanza e nobiltà, fu la dote che Bianca Maria portò al matrimonio. In memoria dell’evento i duchi fecero sorgere l’attuale chiesa nel sito ove s’innalzava una precedente cappella dedicata al santo, in cui, in effetti, il matrimonio fu contratto. La chiesa è ad unica aula, ampia, ma non troppo, un salotto dell’arte, uno dei più significativi complessi decorati del Manierismo cinquecentesco lombardo, che mette insieme nomi già noti, dal Boccaccino al Gatti, e soprattutto quelli della famiglia d’arte Campi. Ora la chiesa e l’annesso chiostro sono abitati da monache domenicane di clausura, che provengono dal monastero di San Giuseppe di Fontanellato. Aldilà della grandiosa grata in ferro battuto, che separa lo spazio dei fedeli dal presbiterio, le monache sono in devozione ed in preghiera. Il loro canto delicato nella salmodia dei vespri, ci tocca nel profondo. Qui ci sta l’ultima sorpresa del viaggio, per me e forse anche per altri: nessuno si muove dai nostri banchi, nessuna espressione di fastidio o di noia. Assorti, perfino commossi a tratti, assistiamo; no, partecipiamo, finché il vespro non si scioglierà in altra preghiera.
Giovanni Marcadella
28 maggio 2024











