Paolina, la Maddalena e l’arte del nostro grande scultore Antonio Canova.
Nota di relazione sulla visita al Museo Gipsoteca “A. Canova” di Possagno, venerdì 25 giugno 2021.
Non siamo nuovi alla visita al Museo Gipsoteca Canova di Possagno, probabilmente nessuno di noi lo è. L’abbiamo visitata in altre circostanze e con diversa compagnia, traendone considerazioni, sentimenti, suggestioni che ci siamo tenuti nel cuore e nella mente. Soltanto ieri una persona, una donna che appariva colta ai miei occhi e non impreparata a visite, anche sorprendenti, a luoghi e istituti della cultura, uscendo da quelle porte dopo una visita sicuramente gustata, non esitava a rivelare a lontani suoi referenti, collegati a lei con quel malefico e ormai irrinunciabile orpello che chiamiamo cellulare, tutta la stupefatta serenità che le veniva dal cuore. Gliela avevano donata una casa dalle linee architettoniche semplici, ma così armonicamente connesse alle altre costruzioni ed al giardino all’antica, da farne un delicato e fresco acquerello, di quelli che vorresti appesi di fronte alla scrivania del tuo studio per sollevare gli occhi e immergerli in una riposante dolcezza.
Ecco, il colonnato d’ingresso incornicia un roseto e il lineare volto dell’abitazione, su cui s’aprono con riposante simmetria le finestre protette da imposte, si riflette, anche per analogia di colore, su disegnate aiuole ed un cortiletto appena discosto, proteso verso spazi ed ambienti poco conosciuti, mostra pietre antiche e una vera da pozzo che si stagliano sopra un acciottolato di gran tradizione e fattura, ed un arco d’antico muro che incornicia, insieme ad un ginepro forse di pari età, pochi gradini che conducono nel borgo. E in questo ambiente un’architettura, tra l’ottocento ed un tempo recente, che non s’oppone e non contrasta, ma delinea e, nell’interpretare una effettiva necessità, si fa spazio e ambiente, luce e volume, protezione e mostra di una collezione che non ha l’eguale. C’è l’idea di Carlo Scarpa, che s’innesta sulla struttura del veneziano Lazzari, quasi un dono all’artista di Possagno, un tocco da maestro per il migliore apprezzamento della maestria di lui.
All’interno spazi e luci s’adeguano, quasi si piegano alle opere. Non è l’opera a dover cercare il suo luogo, ma ogni angolo, ogni apertura, ogni fonte di luce sembra quasi pretendere la sua e tutto appare così naturale, perfino così perfetto da richiedere solo che non sia toccato.
No, non è vero! Che non sia mosso, ma toccato sì, perché la morbidezza che Canova lascia sulle membra di quei corpi abbandonati o sollevati in movenze delicate e leggere, o contratti per sforzo o sofferenza, forse anche perché resa più accattivante dal tono della luce, chiede con forza di essere toccata, accarezzata, palpeggiata. In me cresce la voglia di puntare l’indice sulle natiche della Ninfa dormiente per provare – e ne sarei quasi sicuro – che quelle non sono di marmo o di gesso, ma di morbida carne. Non lo farò, perché non si deve, ma vorrei prendere tra le dita la veste della Ninfa che danza e avvertirne la leggerezza della piega e il delicato suo fruscio.
Ho sempre pensato a un lontano Canova, lontano da me nel tempo e nello spazio, scultore acquisito alla Roma dei papi, che tiene bottega in via delle Colonnette, vicino al porto di Ripetta, e che ama ricevere i suoi estimatori e acquirenti tra le sue opere e gli attrezzi, ma in ore serali, nel momento del crepuscolo, quando in bottega non c’è più alcuno e la luce addolcisce i toni e diventa più lieve e delicata. Ho pensato spesso ad un Canova che mostra le sue statue toccandole, carezzandole alla luce d’una lanterna, nel momento in cui la tenebra comincia a farsi padrona della bottega; un Canova amoroso e amante, sensuale e delicato, come lo svelano gli occhi suoi nel ritratto di Thomas Lawrence, un Canova che trasmette la passione alle mani, sia quando scolpisce e leviga, sia quando accarezza, e ben si giustifica la reazione, da stizzito, di Camillo Borghese quando seppe che la bella Giuseppina, sua sposa, aveva posato nuda per lo scultore. Si dice che, alla domanda pungente se fosse vero, lei abbia risposto che non faceva freddo quel giorno. Lo si capisce, tutto trasmette calore, dolcezza, serenità e leggerezza morale, oltreché fisica, in quell’opera. Ce lo dice pure il gruppo di Amore e Psiche, nel cui gesto che vezzeggia una farfalla, tutto il sentimento del dialogo dei corpi si concentra e si sublima. Od anche, poco discosto, l’abbraccio di quelle tre Grazie, che compendia il nostro più elevato pensiero.
C’è una proposta, nel salone centrale, che accosta nella creazione artistica su un medesimo tema, due espressioni diverse tra loro e lontane. E’ la rappresentazione della Maddalena nell’opera di Canova, la prima, e nella tela di Caravaggio, la seconda. Canova la rende, oltreché splendidamente morbida e abbandonata al suo dolore, anche quale creatura finissima, che si lascia sciogliere nell’incontenibile sofferenza. Al contrario, la Maddalena di Caravaggio ha ancor voglia di buttarti addosso, con grinta popolaresca, tutto quel suo immane dolore. La prima ti chiede soltanto comprensione, la seconda vuole che tu condivida.
Siete ormai abituati ad avere da me un pensiero, a conclusione di una delle nostre esperienze. Lo so che non aggiunge nulla di nuovo a quanto voi stessi avete pensato, soprattutto nulla di più di quanto v’hanno offerto le presentazioni della dottoressa Moira Mascotto e del dottor Alberto Susin. Però, come osserva qualcuno, il ritornar sulle vecchie orme, anche se note, fa talora riscoprire la figura e l’occasione pure, di colui che le ha lasciate. Perciò, se vi servono sono contento; se non vi servono, cestinatele ed io sarò contento comunque.
Concludo ricordando che alla visita al Museo Gipsoteca di Possagno hanno partecipato n. 27 soci, la maggior parte facendo uso del pullman, alcuni dell’auto propria. Siamo stati accolti molto amabilmente dalla direttrice, dottoressa Moira Mascotto, e dal personale. Abbiamo concluso la piacevolissima serata con un rinfresco allestito dal bar Alle Fornaci di D. Vardanega nel giardino di casa Canova, sotto il grande pino italico che lo scultore medesimo ha voluto piantare per incorniciare il quadro della sua serenità paesana con un’immagine viva della lontana Roma.
Anche per questa escursione rinvio il consuntivo economico alla relazione finale, quando ogni spesa sarà stata conteggiata con precisione. Posso soltanto anticipare che il contributo dei soci partecipanti assomma ad € 691,00.
Giovanni Marcadella











