Con un po’ di fatica, tra problemi ed incertezze, ma alla fine tutto è a posto: biglietti d’aereo, prenotazioni, assicurazione, trasporti… l’organizzazione è completa, si può partire. 

Volo fluido, regolarissimo e tranquillo, anche per i timorosi, ed a Palermo un clima eccellente, perfino arieggiato. Il pullman è fermo al parcheggio, appena fuori dell’uscita. Subito in hotel, il Garibaldi di via Amari, dietro al Politeama. Ci aspettavamo qualcosa di diverso, almeno nelle apparenze; l’ingresso è quasi improponibile per un albergo a quattro stelle, ma sulle camere nulla da dire. 

Alle 16,30, puntualissimi, siamo tutti in strada, pronti per l’avventura. Giusi, la nostra guida assoldata per tutti e quattro i giorni del soggiorno palermitano, è davanti all’hotel. Con le nostre radio-guide al collo ci muoviamo per le strade del centro, rasentando vicoli e mercati, toccando piazze ed incroci: via Ruggero Settimo, fino al Teatro Massimo in Piazza Verdi, poi via Maqueda ed i Quattro Canti; c’è ancora via Vittorio da percorrere, almeno un tratto, per giungere alla Vucciria e, più oltre, c’è Piazza Marina e ci si affaccia alla Cala. Giusi ci parla, ci presenta una Palermo ricca di storie, nomina personaggi, sono Normanni, sono Arabi, sono Spagnoli e Borboni. Noi la seguiamo incuriositi, un po’ attenti, un po’ distratti da tutto ciò che incontriamo e che ci stuzzica. Passiamo per strade larghe, contornate da bei palazzi, ci lasciamo intorno, a destra ed a sinistra, vicoli sporchi e stretti, ove la gente s’accalca e strepita, abbondanza e miseria, odori e sporcizia. Questa è Palermo – qualcuno osserva – questa è la Sicilia, con la sua bellezza, il suo calore, ma anche con le sue contraddizioni, che a noi appaiono pittoresche, ma difficili da comprendere ed accettare sulla nostra pelle.

Siamo in via Roma, elegante, ma pur sempre fracassona, ed ora prendiamo una stradina minuta e piena di gente, di cartelli, di voci ed urla. E’ via Bora. Proprio qui si doveva arrivare, al Teatrino dei Pupi di Mimmo Cuticchio. Siamo puntuali. Ci spinge dentro un gendarme al femminile. Noi siamo il gruppo atteso, ma se non ci affrettiamo ad entrare nel piccolo, stranissimo ambiente, quasi una grotta –  ci ammonisce – lei chiuderà le porte e ci lascerà fuori. Stupore, attesa, eccitazione nei nostri sguardi, ma abbiamo preso posto, ci siamo tutti, un po’ stipati tra altra gente cacciata dentro a forza di parole e di spintoni. Le pareti di quell’antro narrano in grandi e piccoli riquadri le imprese dei paladini di Francia. S’apre il sipario e… meraviglia pura, un’ora di sorprese, di invenzioni, di scenografie che si susseguono, di pupi che combattono rivestiti di lucide armature, s’apostrofano, si inseguono. Che spettacolo! Diverso, fuori dal tempo, perfino magnifico.

Usciamo frastornati, ma vivi e pieni di meraviglia. In verità abbiamo anche fame. Si va alla trattoria del Cancelletto d’Aragona. Dove? Non lontano, ancora via Roma, poco più avanti e poi un vicolo a destra. E’ via Ottavio d’Aragona. Stiamo bene, accolti con calore ed abbiamo già tante cose da raccontarci. L’albergo è vicino, a pochi passi. E’ la prima notte a Palermo.

Domenica, si parte alle 8. Giusi è in strada. Prima meta è il Palazzo Reale o dei Normanni e, in esso, la Cappella Palatina. Veloci, non per la strada di ieri, oggi percorriamo altri vicoli, altre stradine. Transitiamo per il quartiere del Capo, poi a piazza Beati Paoli, ed ecco la magnifica mole della cattedrale. E’ un merletto, pur nella sua grandiosità, e cattura subito il nostro interesse; ci attardiamo, ma non c’è tempo, ci verremo nel pomeriggio. Ora si va diritti al Palazzo Reale e c’è cammino da fare ancora, lungo via Vittorio. Sono le prime ore di un mattino domenicale, i Palermitani forse dormono ancora, solo turisti per le strade e, sopra di noi, il cielo azzurro. E’ un regalo.

Il Palazzo è imponente, ma puntiamo diritti alla Cappella, prima che le cerimonie domenicali ce ne impediscano l’accesso. Sbalordimento, altro non si può dire. Dove posare gli occhi? Quale particolare non ci cattura? Ricchezza decorativa, splendore, narrazioni, parole e figure che ci vengono incontro, statue che reclamano l’attenzione, mosaici pretenziosi che ci guardano dall’alto. Giusi fa la sua parte e ci racconta storie, ci snocciola significati – ha l’arte della guida competente e provetta – fa tutto il possibile per rendere a noi accessibile e significativo ciò che ai nostri occhi e alla nostra mente già supera ogni limite. Ed il capogiro è reale, in quello sfarfallio di riflessi dorati e di colori, soprattutto quando, alzando gli occhi a guardare la volta del tetto, essi si posano su quelle nicchie lignee decorate, che gli Arabi chiamano “muqarna”.  

Ci staremmo, rapiti, per un intero giorno in questo spazio, e forse di più, ignari del tempo che scorre. Giusi ci chiama all’ordine, Palermo non è solo Cappella Palatina, ma dopo questa esperienza, il Palazzo reale, pur interessante e ricco di cimeli e di ambienti, quasi scompare. I nostri occhi sono ancora lì, tra mosaici d’oro e trine di marmi. Abbiamo bisogno di risvegliarci, di aria fresca. Ce la danno, provvidi, i magnifici Giardini Reali. Ci voleva questo contatto diverso, che ci riempie di freschezza, di verde natura, di una diversa armonia, che non toglie la meraviglia. Ci colpisce la varietà delle specie, ci sorprende la particolarità del gigantesco Ficus macrophylla, che condivide lo spazio con piante rare. E’ rimasto chiuso per anni, questo giardino, ma ora, riaperto, è per noi la felice sorpresa d’una mattinata straordinaria.

Ci vuole la pausa pranzo per calmare gli animi: arancine per molti, oppure pane e pannelle, o cà meusa, magari anche cannoli e cassate, accompagnate dalle impressioni, che gareggiano, nelle nostre chiacchiere, con la scoperta dei sapori.

Ci attende la Cattedrale Metropolitana della Santa Vergine Maria Assunta. L’abbiamo vista nei suoi profili esterni, passandole accanto nel primo mattino. Non c’era gente in piazza e le sue decorazioni apparivano straordinarie. Ora, invece, c’è confusione, sia fuori, che dentro. E’ in corso pure la cerimonia religiosa, non possiamo disturbarla. Puntiamo diritti verso l’area monumentale e, più in particolare, verso i sarcofagi imperiali. L’idea di trovarci di fronte al rosso granito che racchiude le ossa di Federico II° ci emoziona, non meno che il contatto con gli avelli di Ruggero e di Costanza. C’è sempre un fiore per lui, l’imperatore stupore del mondo. Scendiamo in cripta, tra sarcofagi romani, e all’improvviso compare il gioiello, la Corona di Costanza d’Aragona, nota anche come Costanza d’Altavilla, la regina madre di Federico, morta nel 1222. Ci stupisce: è una semplice calotta di stoffa, ma fittamente decorata con lamine d’oro sottilissime, ornate da filigrane vermicolari, con piastrine smaltate, perle e pietre preziose, alla maniera bizantina, un camaleuco. E’ il documento più prezioso del tesoro della cattedrale, caro ai Palermitani più d’ogni altra cosa e perciò inamovibile, finalmente conservato in maniera degna ed esposto all’ammirazione nostra. 

La guida ci porta sui tetti, tra le cupolette bizantineggianti del primo livello e poi ancora più su, sulla terrazza che domina la città. Lo sguardo coglie subito la piazza sottostante, gremita di gente in quel pomeriggio domenicale, e si spinge sui tetti delle case, sui palazzi nobiliari, sul reticolo di strade del centro, ma non coglie la miseria pittoresca dei vicoli, che restano invisibili ai nostri occhi, sepolti sotto la massa dei tetti. 

Soddisfatti? Sì, ma i portali, le absidi con le loro tarsie laviche, le finestre strombate, i campanili e la grande cupola, il portico gotico catalano a capanna, le numerose statue distribuite ovunque, dove li mettiamo? Nel profondo dei nostri cuori non ci stanno, nella memoria fotografica dei nostri cellulari neppure.

Lasciamo la cattedrale e ci dirigiamo verso Piazza Pretoria, la meta è il monastero di Santa Caterina. Ancora stradine cupe, sporche, affollate, ancora odori e frastuono inutile e poi s’arriva, il monastero sta proprio nel centro della città vecchia, tra via Maqueda e via Roma. E’ l’antica casa delle donne, destinata alle povere meretrici e poi, a partire dal ‘600, trasformata in uno dei maggiori monasteri di Palermo, ove le religiose delle nobili famiglie professavano la regola di San Domenico, in vita di clausura. La chiesa è trecentesca all’origine, ma barocca quanto più non si può nella decorazione pittorica, nei riquadri ad intarsio marmoreo d’altissima qualità artistica ed espressiva, negli stucchi che li compendiano, nelle colonne dai fastosi basamenti, incoronate pure da capitelli corinzi, negli altorilievi numerosissimi a composizione marmorea a mischio e tramischio e nei medaglioni. Trionfo di colore, pienezza assoluta, ma, nello stesso tempo, armonia e delicatezza, soddisfazione dell’occhio e dello spirito. Usciamo nel chiostro, elegante, contornato da portici a numerose e non ampie campate trasformate in veranda e, nel mezzo, la fontana, pur essa barocca, a forma di conchiglia. Sul piedistallo centrale troneggia la statua di San Domenico e, intorno, verdeggiano le piante del sud. Ora si entra nel cuore del monastero, Giusi apre la strada, a lambire scialbi corridoi e povere, piccole celle. Spicca semplicità di vita nel poverissimo arredo. Si sale fino ai tetti lungo passatoie e scalette anguste, ripide e pericolose, fino alla cupola; e qui s’apre una veduta spettacolare, che arriva fino a toccare il mare. Si ritorna a terra, nel chiostro. Ma che ci fa tutta questa gente in fila sotto le volte del portico? E’ questo il Paradiso di Santa Caterina? Lo conferma la Giusi: qui ci sta la dolceria storica. E’ un ambiente di per sé semplice e dimesso, che ti presenta un’esagerazione di colori, di profumi, di sapori. L’occhio non ha tregua, corre veloce su confetti, biscottini, dolcetti ornati di fiori zuccherosi, martorane, tortine di ricotta al profumo d’acqua di cedro e di fiori d’arancio. E’ un’esperienza dolcissima.

Ora… all’Oratorio del Rosario in Santa Cita, questo suggerisce la nostra guida e la sua voce ci giunge preoccupata e quasi imperiosa alle orecchie per mezzo delle radioguide. Bisogna affrettarsi, ma il posto è vicino, solo pochi passi lungo via Valverde, in un contesto abitativo vecchio e sporco, molto vissuto. Nulla di nuovo!. L’interno è spettacolare. Era questo l’oratorio della confraternita nobiliare maschile del Rosario, dedita fin dal primo Seicento alle devozioni ed alle opere di assistenza. Da un ambiente devozionale e caritativo femminile ad altro maschile, dunque, ed anche qui ridondanza decorativa. Dalla loggia superiore, ornata di busti in marmo dei maggiorenti della confraternita, passiamo al vestibolo e poi all’aula delle adunanze, ornatissima di stucchi. L’artista, che fu Giacomo Serpotta, esaltando l’intervento di Maria nella lotta fra cristiani ed infedeli, ha rappresentato in maniera evidente e persuasiva i fini istituzionali della confraternita, creando un ambiente che è esaltante e, nel contempo, austero per la monocromia delle decorazioni.

La domenica finisce così, quanto all’arte ed alla storia palermitane. Raggiungiamo una trattoria nella zona della Cala, attraversando Piazza Marina, in un quartiere caratteristico, antico abitato di artigiani e pescatori. Ne conserva le caratteristiche ed è meno affollato. Ci aspettano, all’Osteria dell’Alivaru, in via della Vetriera. L’ambiente è piccolo, piacevole; la cena è ottima, i sapori intensi, la voglia di stare insieme, grande.

8 aprile, lunedì. Il programma prevede altre intense visite a monumenti della città, nella mattinata, e la salita a Monreale nel pomeriggio. Cominciamo con Casa Professa, ossia la casa comunitaria e, connessa, la chiesa del Gesù, ambiente che fu, dunque, gesuitico, e, per quanto riguarda la chiesa, da sempre una delle più importanti espressioni del tardo manierismo e del barocco palermitano e dell’intera Sicilia, una meta da non trascurare. Siamo nel centro storico, a pochi passi dalla cattedrale. Attorno a noi le solite vie, le solite abitazioni impossibili che mostrano ogni cosa. Sopra le nostre teste, poggioli ricolmi d’ogni strafanteria, che sembrano riversare il contenuto della casa sulla pubblica via. Ci vien detto che i Gesuiti sono sbarcati a Palermo nel 1549, ma l’attuale costruzione è d’indubbia datazione seicentesca. La facciata ne è buona testimone e la cupola la riporta alla fine del secolo. L’interno è ampio, a due navate ripartite in ben cinque campate, che presentano splendidi ed ornatissimi altari marmorei. L’addobbo è quanto mai stupefacente. Le pareti sono totalmente ricoperte da marmi, tarsie, statue ed arabeschi. La decorazione a marmo mischio rappresenta l’apporto più significativo ed originale della cultura artistica siciliana all’espressione barocca. Questa chiesa ne è la rappresentazione innegabile. In essa tutto si integra: architettura con scultura e con decorazione e dipintura, in una collaborazione strettissima d’architetti, di scultori, di marmisti, di pittori. Le figure marmoree emergono dai mischi e si sporgono sul vuoto, a catturare l’attenzione del fedele e, oggi, del visitatore. “Paura del vuoto”, si dice, oppure culto della pienezza? Nella quale tutto trova il suo posto ed esprime il suo fine? L’infilata delle cappelle, sia in navata di destra, che di sinistra, laddove esse s’aprono e delineano una specie di galleria, ci svela una visione a cannocchiale che ha qualcosa d’unico ed impareggiabile.

Lasciamo la chiesa, ma la sacrestia non le è da meno, quanto a meraviglia, poiché scopriamo che ospita un ricco museo di vasi sacri, ostensori, reliquiari in argento della preziosa arte orafa palermitana, di paramenti, tovaglie, arazzi e paliotti ricamati in oro e ornatissimi di coralli, in trama sottilissima, delicata, che disegna giardini, logge, paradisi. Chiediamo della biblioteca, l’antica, famosa biblioteca gesuitica e, inattesa, ci si apre la sperata possibilità di vederla. Siamo introdotti in un poetico, solitario cortiletto, che è il sagrato della chiesa di San Michele. Nel suo seno, una scaffalatura di volumi che non impressiona, ma, salendo per le scale che stanno a ridosso della parete sinistra, s’arriva al cuore della raccolta libraria. Scaffali lignei ornatissimi, ricolmi di libri d’ogni tempo e d’ogni provenienza, che ti si offrono con i loro dorsi parlanti. Autori e titoli s’affacciano ai nostri occhi curiosi, avidi. Percorriamo un corridoio tra scaffali ricolmi, poi un altro; si sale ancora, altri scaffali altri volumi che reclamano attenzione. Non manca interesse, non manca suggestione e neppure l’odore della carta e dell’antico; ciò che manca, purtroppo, è la cura, la manutenzione e l’ordine. Anche una biblioteca, soprattutto se antica e ricca come questa, ha bisogno di cure amorose e competenti, e di investimenti.

Non s’è ancora visitata la Piazza Martorana, salvo un veloce passaggio nel pomeriggio di sabato. E’ vicina a noi e ne approfittiamo. Ci appare quasi all’improvviso davanti agli occhi, appena girato l’angolo da via Maqueda. La vista strappa la voglia di una foto, se non altro perché l’immagine cartolina è ben nota e caratterizza Palermo. Non ci impressionano, però, né la chiesa della Martorana stessa o dell’Ammiraglio Giorgio d’Antiochia, nel suo stile bizantino, normanno e barocco in sovrapposizione, né San Cataldo con le rosse cupolette divenute emblema turistico. Se qualcosa ci resta nel cuore – ma è impresa difficile dopo la pienezza che abbiamo avuto – è legata ai mosaici della prima, che ci riportano al culto ed alla fede della nobildonna Eloisa Martorana, a fine XII° secolo, ed agli artisti che fecero d’essa un esempio di stile siculo-normanno, ornato alla maniera bizantina. C’è in verità troppa gente per poter gustare di più e meglio.

Si lascia Palermo ed in pullman si sale a Monreale. Una pausa ci vuole, un pranzo che avrebbe dovuto essere leggero, ma che tale non è, in una specie di antro che sa di gioventù, d’aperitivo e di canzoni del tempo passato. Le absidi merlettate della cattedrale sono davanti a noi e profilano di rosso mattone il cielo azzurro. Raggiungiamo l’ampio piazzale sopra il quale svettano le torri campanarie. Entriamo attraverso un portico barocco, bianco di marmo, che nulla ha a che fare con la struttura antica della chiesa, ma appena dentro la riconosciamo. E’ dunque questo il monumento desiderato, la chiesa che Guglielmo d’Altavilla, il secondo, ha fatto costruire ubbidendo al sogno concepito sotto al carrubo, a partire da un lontano 1172, per dedicarla alla Santa Maria; è questa la famosa cattedrale che non ha rivali nella presentazione dei fastosi mosaici bizantini che la decorano, la celebrata per ricchezza di rappresentazione artistica ed anche per profondità di espressione. E’ patrimonio dell’Umanità proprio per queste ragioni, insieme alla Cappella Palatina e al Duomo di Cefalù, nell’ambito di un itinerario espressivo arabo-normanno. Abbiamo una guida d’eccezione in padre Sergio, teologo, membro del Capitolo. La sua presentazione, che non trascura le devozioni storiche e, quindi, le cappelle che adornano le navatelle a latere dell’ampia aula centrale, e neppure elementi architettonici, che sono integrativi per un completa informazione storica ed artistica, si concentra sulla doppia infilata di mosaici che adornano, al livello superiore, le pareti della navata principale, quella di destra con le storie dell’Antico Testamento, quella di sinistra con episodi del Nuovo Testamento. Ne estrae concetti ed espressioni che, esaltate dalle stesse interpretazioni artistiche e da corrispondenze di luce, di colore, di patos profondo, affidano agli occhi del visitatore materia nuova, inconsueta, preziosa di riflessione, che non cerca spiegazioni nella letteratura e nella storia, nella ragione, ma s’affida a ciò che non si conosce veramente, ma che si sente nell’intimo profondo. Ed ecco che tra la sua parola e quei mosaici risplendenti di luce si delinea un filo che tutto avvolge ed unisce, anche noi, che contempliamo e ci interroghiamo sul senso del mistero e della fede. Padre Sergio ci incanta, non meno dei due arcangeli, che indicano a noi tutti che la risposta vera alle nostre domande sta appena oltre la loro espressiva presenza, nella rappresentazione di un Cristo Pantocratore, che il telo d’un intervento di restauro non ci fa vedere. La mente infine s’acquieta ed anche il cuore – forse – nella visione del grande chiostro, luminoso, avvolgente, risplendente di decori e d’intarsi, di colonnine diritte e ritorte che parlano attraverso i loro minuti capitelli. E’ il luogo della pace per noi, come lo fu per gli antichi monaci.

Da Monreale a San Martino delle Scale non ci vuole molto, in pullman, ma è strada di montagna, a tratti stretta e immersa in una natura ancora lussureggiante. Il primo incontro con la struttura del monastero non è esaltante, ma il seguito della relazione rivelerà ancora una volta che la visita è piena di sorprese. Ci accoglie dom Riccardo nel suo saio nero da benedettino e subito viene contornato dalle nostre socie. E’ un divo, neppure in incognito, considerando come s’intrattiene con loro. Compare anche dom Anselmo, più anziano, ma non meno disponibile all’accoglienza e, di seguito, pure dom Salvatore. L’équipe è al completo ed ha appena finito di girare la puntata televisiva di “Le ricette del convento”. Dom Salvatore odora di cipolla. Sono personaggi noti, sembra che ne siano coscienti.. In chiesa, di fronte al magnifico, monumentale organo La Grassa di metà Ottocento, dom Riccardo improvvisa l’interpretazione di un inno gregoriano, come benvenuto benedettino alla nostra comitiva che giunge da lontano. E’ bella la sua voce, è bello, piacevole il canto in quell’ambiente. E’ qui presente anche Giovanni Vaglica, l’organista titolare dello strumento, che ce ne spiega i segreti, i meccanismi, la storia, la voce sonora. Seduto alla console ci dedica una sonata di Bach e, a seguire, un preludio romantico, che riempie di sonorità tutta la navata e fa vibrare, insieme ai nostri sentimenti, anche il coro ligneo e le tele pittoriche sulle pareti.

C’è ora la visita al monastero ed ai suoi recenti restauri, all’antica farmacia, al laboratorio di restauro del libro, dove Vilma, un’allieva del Corso di Restauro dell’IRIGEM, appena rientrata da Rosà, dimostra i suoi interventi conservativi. Ma qui, percorsi lunghi corridoi e saloni rimessi a nuovo, nella bottega dei ricordi e della birra del monastero, finisce la visita con i commiati; termina pure la giornata del gruppo.

All’indomani, martedì 9 aprile, ci attende l’Archivio di Stato. La direttrice e soprintendente ci ha dato appuntamento nella sede principale, che fu il Convento Teatino di Santa Maria della Catena. Sta quasi in riva al mare, sopra il bacino della Cala. Ci sorprende l’accoglienza, ci sentiamo bene fin dal principio di questa visita. Una breve presentazione, poi comincia la visita guidata, che, in tale sede, mette in evidenza soprattutto le funzioni dell’istituto. Ci rapisce la visita alla seconda sede, quella forse più antica, legata allo storico Convento francescano della Gancia o di Santa Maria degli Angeli, separata dalla prima soltanto da un breve tratto di strada. Letteralmente, ci cattura per i suoi immensi depositi che conservano a vista mazzi di carte, faldoni con i lembi all’aria, coperte che espongono scritture manoscritte, registri ed anfratti tra scaffali lignei, un immenso ambiente irreale, da sogno, da sconvolgimento intimo, da meraviglia scomposta, e poi… corridoi e sale totalmente piene, carte sopra carte e storie nascoste tra le loro pieghe, entro quei misteriosi mazzi impolverati. Qui, a Palermo – per stare al tema – si conserva il documento cartaceo più antico d’Europa, una lettera il lingua greca ed in arabo, scritta nel 1109 dalla regina Adelasia del Vasto, la sposa di Ruggero I° di Sicilia, scritta su materia cartacea, non su pergamena, di probabile fabbricazione araba.

L’Archivio ci ha impegnati per tutta la mattinata, ma è stata una visita di grande fascino, il cui ricordo ci portiamo nel cuore. Una pausa in libertà e poi l’appuntamento con l’inseparabile Giusi davanti a Palazzo Abatellis. Oltre che storica dimora nobile, il palazzo è sede della Galleria Regionale della Sicilia. Una visita affrettata, la nostra. Siamo ancor presi ed avvolti dal misterioso fascino dei depositi dell’Archivio; s’aprono con difficoltà spiragli  verso cose nuove e diverse. Ci toglie, improvvisamente, da quel prolungato intorpidimento dell’anima la vista del grande affresco del Trionfo della Morte. Ci siamo ripresi, possiamo ora gustare la finissima dolcezza dei busti marmorei del Gaggini e del Laurana, ma ciò che ci trattiene in estatica ammirazione sono gli occhi dell’Annunziata di Antonello da Messina; è l’espressione determinata, il gesto d’una mano che sottolinea un avvertimento, di cui possiamo intuire singolarmente, ognuno per sé, il significato.

Ma se tale immagine doveva imprimersi come un “memento” nelle pieghe dei nostri pensieri, ciò che andiamo a vedere, di poi, mette tutto a nudo, graffia l’anima, la sconvolge e l’annienta. E’ la vista del riposo eterno, l’uscita dal mondo e dalla vita, in una ridda di voci mute che ricordano, dall’alto delle loro scansie e degli appendini, nella mostruosità dei loro teschi e dei resti mummificati, rivestiti ancora di ciò che furono in vita, quello che è e che sarà. Siamo nelle Catacombe dei Cappuccini. Qualcuno osserva che questa visita la si poteva anche evitare. Non la penso così.

E’ l’ultima sera palermitana. Domattina ci aspetta il volo su Verona. La trascorriamo come si deve, in allegria all’Osteria Mangia e Bevi di Piazza Marina. Lasciamo un ricordo dolce ed un pensiero agli amici dell’Archivio di Stato ed alla direttrice Ester Rossino. Siamo loro riconoscenti, così come alla nostra guida Giusi. Hanno reso indimenticabile la nostra visita a Palermo.

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